Si scrive manifestazione si legge accozzaglia - Cronaca milanese dello sciopero
Si scrive manifestazione, si legge accozzaglia. Non che il corteo partito da piazza Cairoli a Milano questa mattina fosse poco frequentato o disordinato, tutto il contrario. Il fatto è che nel fitto patchwork generazionale e motivazionale dei manifestanti si notavano alcuni fattori particolari. Hanno aperto il corteo gli insegnanti di ogni ordine e grado, specialmente maestri elementari.

Si scrive manifestazione, si legge accozzaglia. Non che il corteo partito da piazza Cairoli a Milano questa mattina fosse poco frequentato o disordinato, tutto il contrario. Il fatto è che nel fitto patchwork generazionale e motivazionale dei manifestanti si notavano alcuni fattori particolari. Hanno aperto il corteo gli insegnanti di ogni ordine e grado, specialmente maestri elementari. Seguivano una congerie di studenti liceali molto interessati ai concetti giuridici di “settimana corta” e “interrogazione di greco saltata”. Poi, immancabili, gli universitari, capitanati dal furgone del centro sociale il Cantiere. Tre categorie, tre situazioni, un’unica protesta.
Gli organizzatori alla testa del corteo davano i numeri. All’altezza di via Larga i manifestanti erano centomila e in piazza Duomo, a poche centinaia di metri, si erano evangelicamente moltiplicati, fino a raddoppiare. Ogni annuncio sputato dalle casse sul numero dei partecipanti corrispondeva a una grassa risata degli uomini della questura qualche metro più in là. Stando in mezzo al corteo si poteva sperimentare la vichiana eterogenesi dei fini: accuse diverse e incompatibili che convergevano incredibilmente verso lo stesso bersaglio, l’odiato ministro Gelmini. Si manifestava contro i tagli alla scuola pubblica, contro le classi separate, contro il razzismo, contro la scuola-azienda, contro il governo che fa i decreti, contro il ministro Carfagna (giravano slogan vetrofemministi: “Gelmini e Carfagna, delle donne siete la vergogna”), contro il fascismo, ovviamente.
Paolo Limonta, maestro elementare barricadiero e perennemente microfonato, ha incitato la folla senza sosta lungo tutto il percorso. Il punto lo ha fatto in piazza Duomo, appena arrivati: “Il decreto Gelmini per noi è carta straccia”. Non ha risparmiato colpi al governo, prendendosela con il presidente del Consiglio Berlusconi in allegato all’insulto di default contro la Gelmini. Ogni intervento era tutto uno sventolare di bandiere: Cgil, collettivi, cartelli improvvisati, istituti, università. In un rigurgito d’austerità qualcuno sventolava bandiere contro la riforma Moratti, in ottemperanza alla legge della ciclicità della storia. Sulle note di Rino Gaetano, vero collante delle proteste, Limonta ha anche ballato di gusto. Credendo di non essere notato, non si è fatto alcun problema a ridere di un cartellone, indicato dai colleghi, che rappresentava in forma fotografica l’addizione: “Berlusconi+Maroni=Hitler”. Alla domanda sul perché insistere sulla difesa della scuola pubblica quando sono le private a rimetterci più delle altre, Limonta ha risposto: “Il problema è che si cerca di cambiare forma alla scuola pubblica, introducendo il grembiule e il voto in condotta”. Poi, sul maestro unico: “E’ un modello che è passato quarant’anni fa, non ha nulla a che vedere con il mondo del 2008”. Si abbandona il campo mentre la gente fluisce in piazza Duomo, non senza l’impressione che le cose procedano in modo strano.
Gli organizzatori alla testa del corteo davano i numeri. All’altezza di via Larga i manifestanti erano centomila e in piazza Duomo, a poche centinaia di metri, si erano evangelicamente moltiplicati, fino a raddoppiare. Ogni annuncio sputato dalle casse sul numero dei partecipanti corrispondeva a una grassa risata degli uomini della questura qualche metro più in là. Stando in mezzo al corteo si poteva sperimentare la vichiana eterogenesi dei fini: accuse diverse e incompatibili che convergevano incredibilmente verso lo stesso bersaglio, l’odiato ministro Gelmini. Si manifestava contro i tagli alla scuola pubblica, contro le classi separate, contro il razzismo, contro la scuola-azienda, contro il governo che fa i decreti, contro il ministro Carfagna (giravano slogan vetrofemministi: “Gelmini e Carfagna, delle donne siete la vergogna”), contro il fascismo, ovviamente.
Paolo Limonta, maestro elementare barricadiero e perennemente microfonato, ha incitato la folla senza sosta lungo tutto il percorso. Il punto lo ha fatto in piazza Duomo, appena arrivati: “Il decreto Gelmini per noi è carta straccia”. Non ha risparmiato colpi al governo, prendendosela con il presidente del Consiglio Berlusconi in allegato all’insulto di default contro la Gelmini. Ogni intervento era tutto uno sventolare di bandiere: Cgil, collettivi, cartelli improvvisati, istituti, università. In un rigurgito d’austerità qualcuno sventolava bandiere contro la riforma Moratti, in ottemperanza alla legge della ciclicità della storia. Sulle note di Rino Gaetano, vero collante delle proteste, Limonta ha anche ballato di gusto. Credendo di non essere notato, non si è fatto alcun problema a ridere di un cartellone, indicato dai colleghi, che rappresentava in forma fotografica l’addizione: “Berlusconi+Maroni=Hitler”. Alla domanda sul perché insistere sulla difesa della scuola pubblica quando sono le private a rimetterci più delle altre, Limonta ha risposto: “Il problema è che si cerca di cambiare forma alla scuola pubblica, introducendo il grembiule e il voto in condotta”. Poi, sul maestro unico: “E’ un modello che è passato quarant’anni fa, non ha nulla a che vedere con il mondo del 2008”. Si abbandona il campo mentre la gente fluisce in piazza Duomo, non senza l’impressione che le cose procedano in modo strano.
Le immagini dalla piazza di Milano teatro della protesta contro il ministro Gelmini. (foto di Mattia Ferraresi). Guarda il video.
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